La mia prima volta in Africa, in dieci giorni

A volte le esperienze più importanti sono quelle che non hai nemmeno il tempo di programmare.
La mia prima volta in Africa è nata così: un posto che si libera all’ultimo, una telefonata di una cara amica, Marta, che mi dice che le sarebbe piaciuto avermi al suo fianco per questa esperienza e io che, senza pensarci troppo, mi organizzo con il lavoro, cerco un volo e parto.


Facile a dirsi. Poi, però, sono arrivati i dubbi.

Le paure prima di partire

Cosa avrei fatto? Sarebbe servito il mio lavoro? Sarebbe stato tutto come me lo immaginavo? Sarei riuscita a gestire le emozioni? Ma soprattutto: sarei stata capace di entrare in punta di piedi in una realtà così tanto diversa dalla mia?
A tutto questo si aggiungeva una piccola sfida nella sfida: avrei viaggiato con un gruppo spagnolo, quindi avrei dovuto arrangiarmi anche con la lingua.
Sono partita così: super entusiasta, piena di voglia di fare e, allo stesso tempo, con quella sana dose di preoccupazione che ti fa pensare a qualsiasi scenario possibile.

Pronti – Partenza – via


Sono atterrata in Africa, più precisamente, in Senegal.
Era notte, dopo due voli, un ritardo di quasi 3ore e le corse per non perdere la coincidenza a Madrid. Ce l’ho fatta, ero finalmente lì. Fuori dall’aeroporto c’erano circa 30 gradi, un’umidità che si faceva sentire e… buio.
Un buio vero.
Durante il tragitto verso il nostro alloggio guardavo fuori dal finestrino cercando di capire dove fossi. Le strade erano poco illuminate e per lunghi tratti sembrava non esserci praticamente nulla. Poi, improvvisamente, compariva qualche piccolo chiosco illuminato circondato da persone, qualche casa, magazzino o garage: adulti che chiacchieravano, bambini che giocavano, qualcuno che mangiava.
Ricordo di aver pensato: “Ok. Sono davvero in Africa”
Ero stanca, spaesata e probabilmente un po’ sotto shock.
Eppure, già in aeroporto, era successa una cosa che mi aveva colpita. Durante i controlli mi avevano fatto qualche domanda: era la mia prima volta in Senegal? Ero contenta? Dove sarei andata?
Ad un certo punto uno dei ragazzi mi ha detto, più o meno: se non conosci nessuno, non preoccuparti, io sarò tuo amico. Una frase semplice, detta da una persona che probabilmente non avrei mai più incontrato, eppure mi è rimasta, come una rassicurazione.

I primi giorni


I primi giorni, però, sono stati tosti.
Mi sentivo fuori posto, sembrava che tutti mi guardassero e io cercavo continuamente di capire come comportarmi, come avvicinarmi alle persone, quanto parlare, quanto lasciare spazio, come essere disponibile senza risultare invadente. Anche il modo di comunicare era diverso e, all’inizio, alcune persone mi sembravano molto più dirette e decise rispetto a quello a cui ero abituata.
Poi abbiamo iniziato a lavorare.
Visita dopo visita, siamo arrivati a circa 50-55 persone al giorno. Abbiamo cercato di fare il meglio possibile con quello che avevamo, con gli strumenti a disposizione e con l’aiuto dei traduttori indispensabile.


Mentre lavoravo, piano piano, è iniziato a cambiare qualcosa.

Una quotidianità piacevole


Le persone che all’inizio guardavo cercando di capire hanno cominciato ad avere un volto, una storia, un sorriso. La clinica è diventata familiare. Poi la pausa pranzo, le risate, le passeggiate, il mare, i tramonti.
Abbiamo trovato una nostra routine, Senza accorgercene, tra noi volontari e le persone che ci avevano accolto, si è creata una piccola famiglia.

Ricordo un pomeriggio in cui, dopo qualche giorno, ho guardato il telefono e mi sono imbattuta nelle notizie del mondo: petrolio, blocchi, problemi, tutto quello che normalmente fa parte della nostra quotidianità.

Poi ho pensato: “Ma io qui sto bene”
È stato forse quello il momento in cui ho capito che qualcosa era cambiato.
Non ero più concentrata sulle differenze e nemmeno cercavo più continuamente di capire come comportarmi. Mi ero semplicemente lasciata andare all’esperienza. Eravamo stanchi, lavoravamo tanto, ma non avevamo quella sensazione di stress che spesso accompagna le nostre giornate a casa.
C’erano le visite, le persone, le risate, la musica, il mare. C’era anche il tempo per fermarsi.

Quel pensiero che stai per tornare a casa


Così è arrivata la penultima sera, lì è arrivato anche il nodo alla gola.
Perché improvvisamente quei dieci giorni erano finiti.
Dovevamo tornare al nostro mondo, quello fatto di corse, appuntamenti, impegni e mille cose da incastrare. Ed io mi ritrovavo a pensare che proprio lì, dove all’inizio mi ero chiesta “dove sono finita?”, ora avrei voluto rimanere.
In soli dieci giorni ero passata dal sentirmi fuori posto al sentire che, almeno per un po’, quello era diventato il mio posto.
E forse è proprio questo che mi ha lasciato il Senegal.


Non una risposta, ma una nuova domanda: “Quando torno?”

Dieci giorni … Tutto QUI

Prima volta in Africa, primo volontariato, mille dubbi e una bella dose di emozione. Sono partita chiedendomi come avrei fatto ad ambientarmi e sono tornata chiedendomi quando sarei potuta tornare. In mezzo, dieci giorni che mi hanno lasciato molto più di quello che pensavo.


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